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Piemonte, dalla Regione contributo economico (anche a familiari) per l’assistenza degli anziani non autosufficienti

Riordino dell'attuale offerta di prestazioni socio-sanitarie di assistenza tutelare nell'ambito delle cure domiciliari
In Piemonte, per l’assistenza a domicilio degli anziani non autosufficienti, sarà possibile usufruire di un contributo economico, che potrà essere riconosciuto per il lavoro di cura svolto non solo da figure professionali regolarmente assunte, ma anche da familiari o da volontari, nonché per l’acquisto di servizi come il telesoccorso e la consegna dei pasti presso l’abitazione. Lo ha oggi deciso la Giunta regionale, approvando, su proposta degli assessori alla tutela della salute e sanità e al welfare, Eleonora Artesio e Angela Migliasso, una delibera che riordina l’attuale offerta di prestazioni socio-sanitarie di assistenza tutelare nell’ambito delle cure domiciliari, identificandone tra l’altro le caratteristiche e i soggetti titolati a svolgerle.
La nostra regione -spiega la presidente Mercedes Bresso- si distingue per essere fra i territori “più anziani” d’Italia, con una percentuale di ultra 65enni che a fine 2007 era pari al 22,69 per cento della popolazione. Se l’allungamento della vita rappresenta un’importante conquista, oltre che una sfida per l’intera società, questo fenomeno si accompagna inevitabilmente a un aumento della non autosufficienza. Per questo, noi abbiamo fin dall’inizio del nostro mandato considerato prioritario e strategico investire nella costruzione di una rete di servizi sempre più adeguati alle differenti e complesse necessità degli anziani. In questo senso, il sostegno alla domiciliarità ha l’obiettivo di supportare le risorse proprie di ogni individuo, della famiglia, della comunità, per mantenere quanto più possibile la persona non autosufficiente nel suo contesto abituale di vita.
Una volta entrato a regime il sistema, per poter accedere al contributo occorrerà richiedere una visita all’Unità di Valutazione Geriatrica (U.V.G.) competente per il proprio territorio. Si tratta di una commissione composta da medici, infermieri, assistenti sociali e altre eventuali figure professionali ritenute opportune per ogni singolo caso, che ha il compito di accertare la non autosufficienza dell’anziano e, sulla base delle sue necessità sanitarie e sociali, di predisporre un piano di assistenza individualizzato (P.A.I.). Nel caso quest’ultimo preveda un programma di cure domiciliari, all’anziano verrà erogata una somma per il pagamento dei servizi di assistenza tutelare previsti dal P.A.I, che potranno essere anche più di uno, ma che nel loro complesso non potranno superare gli 800 euro mensili nei casi di bassa intensità assistenziale, i 1.100 euro nei casi di media intensità e i 1350 euro in quelli di medio-alta intensità (elevabili a 1.640 per i soggetti senza rete familiare). Di queste prestazioni, il 50 per cento sarà carico dell’Asl (componente sanitaria), mentre il restante 50 per cento (componente sociale) sarà a carico del cittadino o degli enti gestori dei servizi sociali, nel caso di redditi bassi. Come già accade nel caso di ricovero in residenza socio-assistenziale, per il calcolo della quota di compartecipazione del cittadino si prenderà a riferimento il solo reddito e patrimonio dell’interessato e non quello del nucleo familiare. Gli anziani già valutati e in lista di attesa per essere accolti in una residenza socio assistenziale potranno richiedere alla competente U.V.G. una riprogettazione del proprio piano individuale, per verificare se esistano le condizioni per passare alla domiciliarità. Per dare attuazione al provvedimento, verranno utilizzate le risorse messe a disposizione dalla finanziaria 2008 del governo Prodi, attraverso il «Fondo per le non autosufficienze». Si tratta di 21 milioni e 500 mila euro, già disponibili, e di circa 30 milioni che saranno assegnati entro l’anno. Una cifra che consentirà, si stima, di erogare assegni di cura a oltre 5 mila anziani. L’attuazione del provvedimento è subordinata alla sottoscrizione, entro 60 giorni, di accordi sulle modalità organizzative tra le Asl e gli enti gestori delle funzioni socio-assistenziali.
Questa delibera -dichiara l’assessore al welfare Teresa Angela Migliasso- frutto di un lavoro di confronto e concertazione con i soggetti istituzionali e della società civile, introduce importanti novità nel sistema dei servizi a favore degli anziani non autosufficienti e delle loro famiglie, estendendo le stesse opportunità sull’intero territorio regionale. Per garantire la reale permanenza a domicilio si riconosce non solo il lavoro di cura svolto dagli operatori socio-sanitari , ma anche quello delle assistenti familiari, del volontariato e, per la prima volta, si valorizza e sostiene, anche economicamente, il ruolo esercitato dalla famiglia, soprattutto dalle donne che spesso abbandonano il lavoro per farsi carico di uno o più familiari anziani malati. Riconoscere simbolicamente e praticamente questo impegno è un modo per dire grazie a tutte /i coloro che con amore scrupolo si fanno carico di un pesante onere. Questa delibera è anche un grande impegno finanziario, che nel tempo renderà esigibile a tutti i cittadini piemontesi il diritto a rimanere presso la propria casa, il proprio ambiente di vita e degli affetti.
Da quanto il paese ha cominciato ad acquisire consapevolezza del fenomeno dell’invecchiamento della popolazione -aggiunge l’assessore alla tutela della salute e sanità, Eleonora Artesio- e del problema della cronicità, nell’ambito del mondo sanitario e di quello della tutela dei diritti dei cittadini si è sempre promossa la cultura della domiciliarità, partendo dalla convinzione che preservare luoghi e tempi “normali” della vita e degli affetti rendesse più efficaci le terapie stesse. Si è affermata quindi la convinzione che le cure domiciliari fossero uno strumento di grande efficacia per la gestione della malattia e nello stesso tempo una traduzione pratica del principio di umanizzazione delle cure. Ma la domiciliarità non può significare solitudine, carico familiare o ricerca di aiuto non organizzato. Se è uno strumento terapeutico deve essere riconosciuto come tale ed è quindi doveroso che il Servizio sanitario participi ai suoi costi, sostenendo soprattutto le famiglie nell’assistenza ai loro anziani.
Per approfondire il comunicato:
(Uff stampa Regione Piemonte)

08 / 04 / 2009





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