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Maiali piemontesi in Piazza Affari


26 / 07 / 2011 - Arrivano anche dal Piemonte i maiali che da questa mattina razzolano in Piazza Affari davanti alla Borsa di Milano:
Una protesta che il territorio condivide -premette il direttore della Coldiretti interprovinciale di Novara e Vco Francesco Renzoni- e che vuole denunciare come l’economia di carta uccida quella reale, ovvero quella delle nostre imprese che quotidianamente lavorano per la vera crescita del sistema Paese.

Dall’apertura della Borsa di questa mattina, dunque, lo scenario davanti a Piazza Affari a Milano è surreale: a presidiare la piazza antistante il tempio della finanza italiana (insieme ai loro animali) sono già arrivati quasi un migliaio di allevatori della Coldiretti arrivati, oltrechè dal Piemonte e dalla Lombardia, anche dal Veneto, dall’Emilia Romagna, dal Piemonte, dalla Toscana, dalle Marche e Friuli.

Presente anche una nutrita rappresentanza di imprenditori agricoli delle nostre due province.

Obiettivo del “blitz” è denunciare le speculazioni internazionali sulle materie prime, dall’oro al petrolio (oggi la benzina e il gasolio toccano nuovi record, ovviamente al rialzo) fino ai mangimi, che hanno fatto impennare i costi per l'alimentazione degli animali e messo in ginocchio migliaia di allevamenti e la salumeria made in Italy.

Le speculazioni su materie prime ed energia -stima la Coldiretti- sono costate in un anno almeno 300 milioni agli allevatori di maiali italiani con migliaia di aziende che hanno chiuso o stanno per farlo. Gli allevatori vogliono consegnare piccoli maiali con coccarda tricolore agli operatori della borsa perche’ dicono di non essere più in grado di farli crescere anche per la concorrenza sleale dei prodotti stranieri che vengono spacciati come Made in Italy. “La speculazione è servita a tavola”, “Voi controllate le borse noi il cibo”, “Meno finanza e piu’ stalle”, “Globalizzazione senza regole tratta il cibo come i frigoriferi”, “Giu’ le mani dal Made in Italy”, “Piu’ trasparenza in borsa e al mercato” sono alcuni degli slogan urlati dai manifestanti “armati” di cartelli e colorate bandiere gialle.

La delegazione piemontese è guidata dal novarese Paolo Rovellotti, presidente della Coldiretti regionale ed interprovinciale, che insieme al direttore di Coldiretti regionale Bruno Rivarossa, sottolinea la drammatica situazione degli allevamenti piemontesi che da alcuni anni lavorano in perdita, stretti nella morsa di un mercato che ha visto da una parte la diminuzione dei consumi, dall’altra l’aumento dei costi di produzione.

Dice ancora Rovellotti:
Gli allevatori della Coldiretti hanno deciso di lasciare in affidamento i propri animali alla Borsa di Milano dove, a partire dalle ore 10 di oggi, è in corso la grande manifestazione per salvare gli allevamenti e la vera salumeria made in Italy.

Un’iniziativa -aggiunge Rivarossa- a sostegno dell’economia reale, che è alla base del successo del made in Italy nel mondo, ma che è sotto l’attacco delle manovre finanziarie internazionali che rischiano di far sparire dalla tavola salami e prosciutti italiani.

Alla manifestazione odierna a Milano era presente anche il presidente di APA (Associazione Provinciale Allevatori) Novara Vco Gianni Simonotti e ha aderito anche APS Piemonte, l’associazione Produttori Suini che fa riferimento alla Coldiretti e la Cooperativa di commercializzazione presieduta da Mauro Marengo, presente all’iniziativa insieme ad un gruppo di amministratori della stessa.

PREZZI: COLDIRETTI, AUMENTANO DI 5 VOLTE DA MAIALE A BRACIOLA
Dal maiale alla braciola i prezzi aumentano di almeno cinque volte per effetto delle distorsioni che si verificano nel passaggio dalla stalla alla tavola con gli allevatori che sono costretti a chiudere le stalle e i consumatori a rinunciare alla carne.

A farne le spese è la tipicità dei salumi italiani e del territorio:
E’ un problema da non sottovalutare nelle nostre province di Novara e Vco -commenta il direttore di Coldiretti Francesco Renzoni- che tramandano salumi di antica tradizione e preparazioni particolari che evidenziano l’arte norcina.

Uno di questi è il salam d’la duja, prodotto nella zona della Bassa novarese e stagionato sotto grasso (anticamente in un’olla di terracotta detta, appunto, duja) similmente al fidighin, prodotto con una gran parte di carne di fegato di maiale.

Tipici anche il salame cotto, il cotechino e il sanguinaccio, immancabili come antipasto domenicale (soprattutto in inverno) ed autorevoli protagonisti del “carrello dei bolliti”.

Il lago d’Orta è terra di mortadelle -anch’esse di fegato- come pure l’Ossola, in cui sono prodotti anche molti altri salumi di montagna (con carne di maiale e non solo: raro è anche il violino di capra o le mocette. Ma se la filiera della carne suina perdura nella crisi, anche queste lavorazioni rischiano di scomparire...).

Gli aumenti denunciati a livello nazionale si evincono da una analisi della Coldiretti che ha portato i maiali davanti a piazza affari a Milano per denunciare le speculazioni sul cibo.

Gli allevatori di maiali - denuncia la Coldiretti - sono stretti nella morsa dell’aumento dei costi di produzioni con le speculazioni sulle materie prime che hanno determinato rincari del 17 per cento dei mangimi e delle distorsioni di filiera che sottopagano il nostro prodotto ad appena 1,4 euro al chilo mentre la braciola di maiali viene venduta mediamente a 6,85 euro al chilo, secondo le elaborazioni sui dati sms consumatori.

Il risultato è che per ogni euro speso per l’acquisto di carne di maiale appena 15,5 centesimi arrivano all’allevatore, 10,5 al macellatore, 25,5 al trasformatore e ben 48,5 alla distribuzione commerciale.
Una analisi che dimostra come nella forbice tra prezzi alla produzione e al consumo c’è - secondo la Coldiretti - un sufficiente margine per garantire una adeguata remunerazione agli allevatori e non aggravare i bilanci delle famiglie.

C’e’ un rischio di estinzione concreto per gli allevamenti italiani e con essi - sostiene la Coldiretti - dei prelibati prodotti della norcineria nazionale dalle tavole degli italiani con ben 33 prodotti che hanno ottenuto dall’Unione Europea il riconoscimento di denominazione di origine: dal prosciutto di Parma al san Daniele fino culatello di Zibello.

La carne di maiale fresca o trasformata è la piu’ acquistata dagli italiani che ne consumano ben 37,2 chili a testa ma in dieci anni - sottolinea la Coldiretti - si è praticamente dimezzato il numero delle stalle italiane (-85 per cento) che è passato dai 193mila del 2000 alle 26mila attuali dove si allevano 9,3 milioni di maiali soprattutto in Lombardia, Emilia Romagna, Piemonte e Veneto ma anche l’Umbria e la Sardegna sono regioni vocate. Nel 2010 l’Italia - precisa la Coldiretti - ha importato quasi un milione di maiali dall’estero (+22 per cento rispetto al 2009) ed oltre un milione di tonnellate di carne di maiale (+12 per cento).

Questo significa che oltre un terzo (34 per cento) della carne di maiale, salumi o prosciutti consumati in Italia è stata in realtà ottenuta da maiali allevati all’estero. Una situazione che rischia di aggravarsi con effetti anche occupazionali nella filiera della carne suina dove - conclude la Coldiretti - lavorano in Italia circa 120mila gli addetti tra allevamento, macellazione, trasformazione e distribuzione.

Non possiamo permetterci di perdere terreno e mettere a rischio produzioni di importanza strategica per le nostre due province -conclude Renzoni- che concorrono anzi a determinare la varietà di un paniere agroalimentare in grado di essere una preziosa attrattiva anche per il turismo enogastronomico, tanto importante in questo periodo “di alta stagione” soprattutto nella zona delle Alpi e dei laghi.

(Fonte Coldiretti Novara VCO)



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